[Newsletter ReteUniversitaria] VAG 1/7 - THE TAKE di Naomi Klein

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Gio 30 Giu 2005 18:30:44 CEST


VAG61 - officina dei media indipendenti
via Paolo Fabbri 110 - Bologna
Venerdì 1 luglio ore 21.30

"The Take" di Naomi Klein e Awi Lewis
distribuzione Fandango

The Take è il documentario realizzato da Naomi Klein e dal marito Avi Lewis
in Argentina, all'indomani della crisi del 2001 che portò il Paese alla
bancarotta. Presentato in anteprima al Festival del Cinema di Venezia, The
Take racconta l'odissea di un gruppo di operai siderurgici, determinati a
impossessarsi della loro fabbrica, chiusa e abbandonata dal titolare, per
riprendere il lavoro e garantire così la sopravvivenza delle loro famiglie.
Assemblee gestionali, confronti con i comitati operai delle altre
fabbriche, manifestazioni e scontri di piazza, sedute con avvocati, giudici
e parlamentari segnano il percorso collettivo seguito per raggiungere
l¹obiettivo finale, al quale si alternano i percorsi umani, i problemi
familiari, le emozioni dei singoli.  Questa storia di lotta, locale e
circoscritta è inserita nella grande politica argentina nel periodo delle
elezioni del 2003, che vedevano contrapposti l¹ex-presidente Menem e
Kirchner, entrambi peronisti del partito giustizialista, e nonostante le
diversità di vedute attuali entrambi membri del vecchio ceto politico
argentino.

Dice la Klein, nota nel mondo come profetessa "no global" grazie al
libro-manifesto "No Logo": "I lavoratori argentini fanno molto più che
fabbricare prodotti equosolidali: stanno creando un movimento politico
costruito su azioni dirette, in grado di cambiare le cose. Se il modello
argentino fosse esportato in Italia, i disoccupati che autogestiscono una
fabbrica sarebbero considerati violenti. Gli argentini, per far sì che il
loro progetto durasse nel tempo, hanno coinvolto l'intera comunità: da una
lotta dei lavoratori si è trasformata in movimento sociale.  Dal sud del
mondo arriva un grido: occupare, resistere, produrre.  Il movimento no
global? Direi che più che un movimento è stato un momento. Per cui non c¹è
da piangere ed elaborare il lutto per un momento che è finito. Ora c¹è
altro, il movimento globale si è ³rilocalizzato². Quello che rispetto ad
allora è cambiato è che adesso sappiamo che queste lotte sono locali e
vanno combattute e vinte nei luoghi dove si vivono.  È il caso per esempio
delle battaglie contro la privatizzazione dell¹acqua in Bolivia, dei Sem
Terra in Brasile, delle fabbriche autogestite dagli operai in Argentina.
Lo stesso sta avvenendo anche in Italia.  Da Genova le lotte del movimento
sono proseguite con le battaglie dei giovani contro il lavoro precario e il
sostegno ai migranti.  Il movimento globale si è rilocalizzato, ma senza
perdere la sua dimensione internazionale.  E mettendo in luce, soprattutto,
l¹esigenza principale del rispetto dei diritti umani.  Ci si inizia ad
interrogare sulla distanza tra economia e diritto alla sopravvivenza. Ci
sono paesi in cui certo ho il diritto di voto, ma poi non ho quello alla
casa, al lavoro, alla vita stessa. Quindi mi vengono negati gli stessi
diritti umani: questa è la democrazia in versione Bush. Per questo in
America Latina si dice ³Vogliamo tutto², vogliamo il diritto alla vita. E
così come rivendica anche il movimento di San Precario in Italia al quale
ci sentiamo molto vicini. Se non abbiamo diritto al lavoro che vita
possiamo fare? Questa è la dimostrazione che non c¹è da piangere ed
elaborare il lutto sulla fine del movimento, ma semplicemente prendere
coscienza della sua trasformazione.  Nel Sud America i movimenti sociali
sono cresciuti rigettando le politiche neoliberali e gli stessi governanti
di fronte a queste trasformazioni sono diventati più ricettivi. Del resto
stiamo anche assistendo allo spostarsi a sinistra dei governi latino
americani. In Argentina, Brasile, Venezuela, Uruguay le cose stanno
cambiando. Il grido ³se ne vadano tutti² partito dall¹Argentina ha
raggiunto tutto il continente.  Dalla protesta il movimento è passato
all¹"azione". Quando ho scritto No Logo parlavo soprattutto di spirito di
resistenza. I movimenti li abbiamo visti in Italia per le vie di Genova, ma
il loro spirito non è solo nel manifestare. Quello profondo, politico, è
l¹esigenza di trovare vie alternative. Così come documentiamo in The Take
dove abbiamo scelto di mostrare non necessariamente le violenze delle
occupazioni delle fabbriche, ma piuttosto il processo umano, di riflessione
e di scambio che è stato alla base dell¹autogestione delle fabbriche."



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